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Lessico stereotipato e debolezza concettuale

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Attenzione alle parole, non sono indifferenti. Non lo sono nella nostra vita quotidiana e a maggior ragione non lo sono nella nostra attività di valutatori. Il linguaggio stereotipato è nemico della valutazione.


Il linguaggio condiziona il nostro modo di vedere i mondo.

Da ciò discende che l’imbarbarimento del linguaggio è il veicolo dell’imbarbarimento sociale e – ovviamente – l’imbarbarimento dei linguaggi settoriali ha lo stesso effetto sugli specifici settori (p.es. professionali e scientifici) che presiedono.

‘Imbarbarimento’ è vago e forse un po’ forte e fa riferimento qui all’impoverimento ottuso del pensiero, alla volgarità, alla banalità concettuale soggiacente a un lessico povero e stereotipato.

Vediamo esempi eccellenti di imbarbarimento del linguaggio (e del pensiero) nel contesto politico dove ormai da molto tempo lo slogan ha preso il posto dell’argomentazione. Oggi tutti i politici parlano lo stesso linguaggio permeato degli stessi slogan privi di argomentazione; anche se hanno finalità differenti e – si deve presumere – valori ispiratori diversi, il linguaggio dei leader di centrodestra mi pare molto simile a quello dei leader di centrosinistra (i miei lettori non confondano: sto parlando dell’uso del linguaggio, sua organizzazione, lessico e sintassi).

Esempi di linguaggio politico (il più nutrito di stereotipi e slogan):

  • politica politicante; teatrino della politica;
  • giustizialismo; toghe rosse;
  • circo mediatico;
  • mettere/non mettere le mani nelle tasche degli italiani;
  • trovare la quadra;

Mi limito a questi pochissimi esempi dei tanti che potrei fornire e, per non appesantire questa nota, lascio a voi il divertirvi ad allungare la lista; basta che al prossimo telegiornale ascoltiate con un po’ di disincanto le dichiarazioni di più o meno tutti i leader.

Quando vi annoierete di questo gioco potrete passare al linguaggio stereotipato dei giornalisti:

  • vacanzieri (tutte le estati nei servizi estivi disimpegnati);
  • morsa del gelo (tutti gli inverni);
  • faccendieri (indistintamente tutti quelli coinvolti in torbidi finanziari);
  • commosso abbraccio della folla (ai funerali di quale VIP);

A questo punto siete pronti per osservare il vostro linguaggio stereotipato:

  • assolutamente sì/assolutamente no;
  • un attimino;
  • 360 gradi (in frasi tipo “ci occupiamo di […] a 360 gradi”);

Esiste un linguaggio stereotipato anche in valutazione; come tale è un linguaggio che impedisce il pensiero, comprime l’argomentazione, nega la riflessione e quindi, in una parola, è un linguaggio anti-valutativo. Alcuni esempi:

  • indicatori quali-quantitativi (‘indicatore’ non significa nulla senza un predicato; tale non è ‘quali-quantitativo’ che invece dovrebbe indicarne il paradigma metodologico di costruzione ma – mettendo insieme entrambi per non fare torto a nessuno – finisce per proporsi come ossimoro, paradosso, aggettivazione insignificante);
  • misurazione dell’efficacia (o di qualunque altra cosa: il termine ‘misurazione’ ha un significato estremamente ristretto e specifico, e usandolo in questo modo – al posto di ‘valutazione’, o di ‘rilevazione e analisi’ – induce a considerare esatto, determinato, privo di incertezze – qual è per definizione una vera misurazione – il prodotto della nostra attività);
  • qualità (per definizione il principe dei concetti vaghi, eppure continuiamo a usarlo in tutte le salse…);
  • valutazione d’impatto (non si sa bene cosa sia ma sembra utile richiamarlo spesso – e a sproposito – per indicare una valutazione importante, un po’ su tutto, che si fa alla fine; ‘impatto’ è una parola che fa impressione, assai più di ‘risultati’, ‘esiti’ e altri).

La morale è questa: le parole hanno significati specifici, e gli inevitabili margini di vaghezza propri del linguaggio sono solitamente abbastanza ridotti nel linguaggio tecnico, per esempio in quello valutativo; chiedere una “valutazione d’impatto” intendendo una valutazione dei risultati, o addirittura delle realizzazione, può farci solo sorridere, e perdoniamo indubbiamente il committente che ce l’ha chiesta e che non è un tecnico e può essere scusato nell’uso improprio di un termine. Così anche a chi ci chiede “misurazioni” intendendo analisi, a chi usa “qualità” in ogni frase perché l’ha letto da qualche parte.

Ma noi valutatori non possiamo né fare gli stessi errori, né avere le stesse leggerezze. Noi dobbiamo cercare di usare con cautela il linguaggio, dobbiamo pesare le parole, dobbiamo cortesemente correggere i nostri interlocutori (“Guardi Direttore che non ci occuperemo propriamente di ‘impatti’ perché…”; “Guardi Assessore che in ogni caso non si tratta di una ‘misurazione’ in senso proprio perché…”).

Naturalmente non pochi termini, specie in campi giovani come la valutazione, non hanno ancora trovato un assetto definitivo e univoco, specie negli usi che ne fanno sottogruppi di studiosi e professionisti (i sociologi e gli economisti, gli statistici…) ma questa è una ragione in più per cercare il rigore lessicale e per trovare sedi di condivisione dei concetti valutativi.