La valutazione opera in un quadro di razionalità presunta e non reale. Le nostre azioni (quelle dei decisori delle politiche, quelle degli operatori che le implementano, etc.) appaiono logiche e razionali e invece sono in gran parte casuali, frutto di molteplici micro-condizioni esterne, necessitate da fattori non coerenti con le politiche e i programmi. E' solo la ricostruzione operata convenzionalmente nel contesto programmatorio prima, e valutativo dopo, che ce le fanno apparire come scelte volute, consapevoli e razionali.
Una nota un po’ diversa dal solito, che trae ragione dal fatto che la valutazione ha un’origine positivistico-razionalista, che sta cercando di imboccare altre strade (genericamente definite ‘costruttiviste’), che ciò ha generato miriadi di scuole, direzioni di sviluppo, una terza anima che cerca di compendiare le prime due (Mixed Method) e così via.
Una nota poi che ha a che fare con gli “oggetti” della nostra attenzione (genericamente: i Programmi) e – in conseguenza, e principalmente – con gli obiettivi che tali oggetti si pongono e quindi con le motivazioni che le originano (per capirsi: ciò di cui si occupano approcci quali quello – cosiddetto – basato sulla teoria del programma).
Una nota, infine, che non intende misurarsi con le attuali teorie valutative (qualunque cosa possiate intendere con ciò) nella convinzione che a fissare troppo a lungo il proprio ombelico si diventi strabici, a trattenere troppo il fiato cianotici e a stare troppo rigorosamente fermi ridicoli.
Ed ecco la nota:
Abbiamo un Programma da valutare, in un dato contesto geografico e istituzionale; ci sono determinati Attori sociali implicati nelle diverse funzioni di decisori, operatori e beneficiari. Dobbiamo capire se il programma è stato efficace, o efficiente, con riferimento agli obiettivi espliciti, o altro. Fin qui la Scolastica.
Ci sono (incomincia da qui a farsi interessante) delle relazioni fra quegli attori, anzi: ce ne sono state (tali da condurre a quel Programma), ce ne sono attualmente (in corso di funzionamento) e ce ne saranno in seguito (effetti futuri, impatti…). Ciascuna i queste relazioni (da non leggere come puntiformi, ma come processi continui) produce delle conseguenze. Fare o non fare determinate cose; allocare oppure no determinate risorse oppure altre in un determinato modo o in uno differente; concordare o meno su determinate finalità del Programma e utilizzare il proprio ruolo per favorire il suo successo o realizzare quell’opera di frizione continua che – quando condivisa da altri – può decretarne il fallimento. Immaginate voi ulteriori complicazioni di questo quadro che è virtualmente infinito, quante sono le sfaccettature e le varianti di ogni possibile azione di numeri cospicui di individui in relazione fra loro, coinvolti in gradi diversi nel Programma.
E noi siamo lì per valutarlo.
Per valutare non possiamo che imputare a ciascun attore (in realtà: a un’esigua minoranza che delimitiamo come se bastasse a rappresentare l’intera fitta trama) una volontà finita, consapevole ed esplicita, pena l’impossibilità della nostra opera valutativa:
- ‘finita’, ovvero circoscrivibile in un numero limitato e conosciuto (o conoscibile) di elementi;
- ‘consapevole’, perché la valutazione tratta solo questo (vedere l’epigrafe estiva del mio sito, quella famosa frase di Palumbo “Tutto ciò che è decidibile è valutabile”);
- ‘esplicita’, perché anche se ottempera alle prime due condizioni ma tale volontà non è esplicitata (detta, scritta…) noi non possiamo valutarla; il lettore troverà su questo Portolano un certo numero di note sul linguaggio e la sua importanza in valutazione e non mi devo dilungare oltre.
Ebbene: tutto ciò è falso.
Non per dolo, né per imperizia, ma perché trasformando l’azione sociale in oggetto di studio dobbiamo necessariamente razionalizzarla, e a differenza di altri campi professionali e disciplinari, in valutazione in particolare ciò significa descrivere l’azione sociale (p.es. il Programma da valutare) come se fosse razionale.
‘Razionale’ non significa corretto né esente da errori (non occorrerebbe valutare in questo caso!), non significa sicuramente onesto né necessariamente efficace, non significa condiviso e non osteggiato da terzi esprimenti altre volontà che, ancora, il valutatore interpreta entro un quadro di razionalità.
Eppure…
Eppure quante decisioni sono prese per appartenenza a determinati gruppi, per adesione a determinate ideologie, per partigianeria… Quante per conflitti personali fra decisori, per puntiglio, perché in quel momento si aveva lo stomaco in disordine, perché si voleva fare bella figura, perché si voleva far fare ad altri brutta figura… Quante da individui che sono finiti lì per caso e circostanze diverse li avrebbero facilmente collocati altrove, sostituiti da altri individui finiti lì per casi diversi che avrebbero semmai prese decisioni differenti? Pensate a come le Decisioni (quelle importanti) siano il frutto di infine piccole decisioni parziali, forse fortuite, forze forzate da circostanze del tutto estranee al contesto specifico…
In quel capolavoro assoluto che è Guerra e pace l’ispirato Tolstoj, indugiando a lungo su questo tema (se, cioè, noi agiamo come agiamo ispirati totalmente dal nostro libero arbitrio o invece da costrizioni necessitanti, dall’ambiente, da altri individui) scrive delle pagine interessantissime, più da saggio filosofico che da grande narrazione. Se ne avete una copia sottomano leggete per esempio nel libro terzo, parte prima, capitolo primo la sua digressione sulle cause della guerra napoleonica in Russia del 1812 (questi concetti sono anche ripresi nel cap. XXVIII della stessa parte). La nota è finita e non posso riproporvi i brani tolstojani, ma il concetto è chiaro: ogni presunzione di totale libero arbitrio o, tradotto in altri termini, di totale razionalità dell’azione sociale non si dà, negli oggetti di interesse valutativi, con quella continuità, con quello spessore, con quel convincimento che presupponiamo nell’analisi valutativa.
E quindi?
E quindi mi fa ridere chi propugna implicitamente tale razionalità, applicando metodi razionalistici per la famosa “misurazione degli effetti”; noi possiamo solo ri-co-costruire (‘ri-‘ = nuovamente, daccapo, in forma nuova e originale; ‘co-‘ = in forma partecipata) quello che diventerà – ai fini valutativi – un assolutamente nuovo e prima non esistente “modello” di realtà (gli obiettivi del Programma, ciò che ne costituisce l’efficacia…), esplicitamente razionalistico, e con quello operare. E questo rivela compiutamente la funzione formativa della valutazione rispetto a ogni pretesa prescrittiva.


Urbino 2004/03
L’equivoco della certezza valutativa
1 - Introduzione alla valutazione gen 2010
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