Una piccola riflessione sulla scarsa diffusione delle recensioni in Italia.
In Italia, in generale, non si scrivono recensioni.
Prendete la RIV, se volete, e osservate: pochi numeri riportano qualche recensione. Il più delle volte non si tratta in realtà di recensioni ma di segnalazioni, o schede-libro, o come le volete chiamare.
Queste segnalazioni sono in genere mere descrizioni superficiali dei contenuti del volume, senza giudizi di merito (se ci sono, sono generici e stereotipati) e senza approfondimenti, usualmente – questo è importante – scritte da dottorandi/e, giovani collaboratori/trici di qualche Prof. che le commissiona, quando non sono addirittura suggerite dallo stesso autore, quando non sono addirittura la replica della quarta di copertina… Insomma: un servizio poco utile, piuttosto agiografico, assolutamente inidoneo a suscitare un qualunque dibattito fra i potenziali lettori e, specialmente, fra gli addetti ai lavori.
L’approfondimento sarebbe in effetti più tipico delle recensioni e credo sia per questo che se ne fanno poche, pochissime. Una recensione non è una banale descrizione dei contenuti del volume (anche se, certamente, concederà un po’ di spazio a tale descrizione) bensì una sua analisi critica, un approfondimento che ne evidenzia pregi e lacune rispetto al dibattito contemporaneo su quegli stessi temi, confronta il lavoro semmai con precedenti dello stesso autore, ne sottolinea gli elementi di novità, se ce ne sono, e ne identifica i limiti inevitabili, suggerisce percorsi di lettura e così via. Insomma: una recensione è un’opera autonoma e originale, è un nuovo testo, al pari di qualunque articolo scientifico ma, quel che conta veramente, è un testo in cui il recensore si mette in gioco, si espone.
E’ questo esporsi che non piace in Italia.
Parliamoci chiaro: nella maggior parte dei casi ci collochiamo in un ambito accademico, o fortemente connotato accademicamente (i sociologi, gli economisti…) dove l’equilibrio dei poteri, i necessari negoziati per i concorsi, l’ambiente sostanzialmente piccino, portano a preferire equilibri molto diplomatici, dove gli amici si elogiano e i nemici pure (non si sa mai), dove per il libro bello ci si spertica di elogi e per quello brutto… beh, si può sempre fare una scheda-libro; meglio – appunto – se fatta fare dalla dottoranda di turno.
Questo non accade all’estero, in particolare fra i valutatori (dove ci sono molti accademici, ma anche altrettanti professionisti). Io sono per esempio rimasto folgorato da una non più recentissima doppia recensione al volume di Fetterman e Wandersman Empowerment Evaluation Principles in Practice (2005); il recensito era il grande Fetterman, mica un pivello!, l’ideatore e propugnatore dell’Empowerment Evaluation; e i recensori? Nientemeno che Patton e Scriven, altri due giganti, che hanno segnato la storia recente della valutazione.
Ebbene i due recensori semplicemente demoliscono il lavoro di Fetterman e Wandersman, e anzi minano profondamente l’intera Empowerment Evaluation. Seguono, come d’uso, le repliche degli interessati (a mio giudizio deboli) e le succinte controrepliche dei recensori (Michael Quinn Patton e Michael Scriven, “Toward Distinguishing Empowerment Evaluation and Placing It in a lager Context: Take Two”, American Journal of Evaluation, Vol. 26, n. 3, 2005 pp. 408-417).
La recensione, in questo caso, non è stata scritta da oscuri/e giovanotti/e, non è stata agiografica o molto genericamente e vagamente critica. Sono scesi in campo due fra i massimi guru dell’intelligentsia valutativa americana per dire, in maniera chiara e circostanziata, che il lavoro di un terzo guru era una porcheria; l’hanno argomentato, si sono assunti la responsabilità personale della loro opinione, e l’interessato ha potuto replicare. I lettori, poi, decideranno come pare a loro.
Questo è fare recensioni critiche e feroci e, per carità, non è necessario demolire le opere altrui per fare buone recensioni ma, certamente, approfondire, argomentare, dare giudizi di merito assumendosene le responsabilità, questo sì; ma in Italia non usa. Non si è mai usato se ben oltre due secoli fa, lo splendido Voltaire ebbe a scrivere, nel suo Candido:
“Sì, scrivere come si pensa è una bella cosa,” rispose Pococurante; “è il privilegio dell’uomo. In tutta la nostra Italia si scrive unicamente quel che non si pensa; gli abitanti della patria dei Cesari e degli Antonini non ardiscono avere un’idea se prima non gliene dà licenza un domenicano.
Già famosi per la nostra pavidità intellettuale!
Concludendo, io credo convintamente che:
- le recensioni (quelle vere e approfondite, come spiegato sopra) sono straordinariamente importanti, utili al lettore quanto stimolo per l’Autore del testo recensito a meglio fare (qui dovrei aprire una parentesi su quel tipo particolare di recensione pre-pubblicazione chiamata ‘riferimento’ – traduco così il lavoro dei referee, rifiutandomi di italianizzare in ‘referaggio’. Ebbene, l’abitudine a leggere superficialmente tanto non si deve mai criticare a fondo porta a pubblicare mondezza, opere immature e a volte autentici plagi, tanto nessuno dice nulla a nessuno!);
- le recensioni sono un’attività di alta letteratura scientifica, perché obbligano il recensore a connettere il testo recensito (che deve essere oggetto di accurata lettura) ad altri testi, ad altri autori, e così via, sia per sottolinearne i meriti che gli eventuali limiti; si tratta perciò di un’attività scientifica che dovrebbe essere destinata ai più maturi ed autorevoli fra i cultori di ciascuna materia, in primis i professori accademici titolati;
- solo in questo modo animiamo il dibattito; impariamo il dialogo e il pluralismo; evitiamo di pubblicare una boiata in fretta e furia perché c’è il concorso a cattedra che aspetta; rendiamo un autentico servizio alla nostra comunità di pratiche, o scientifica.


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