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Pragmatica nel gruppo

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Ultima nota sui gruppi in valutazione. Qui affronto il tema della riflessione pragmatica che ci porta definitivamente fuori dalla ricerca del consenso (semmai solo apparente, meramente lessicale come visto in note precedenti).


Si può (e si dovrebbe) fare un passo in più rispetto a sintassi e semantica (viste nelle due precedenti note), anche perché la sola esplorazione semantica può facilmente portare – come accennato sopra – ad apparenti consensi (che si giocano – se apparenti e non reali – su una regressione al piano sintattico). Bene o male l’esplorazione semantica viene realizzata con codici che, una volta esplicitati, possono essere manipolati; chi ha più capacità verbale, chi gioca un ruolo di leader nella sessione di gruppo e – sopra a tutti – il più grande dei manipolatori, il facilitatore, possono indirizzare un gruppo verso una certa qual convergenza su alcuni elementi (sempre per come rappresentati sul piano lessicale e sintattico), sulla scotomizzazione di alcuni altri e l’eccessiva attribuzione di importanza di altri ancora. Insomma: questo passo in più può arrivare attribuendo meno importanza al consenso, alla convergenza verso concetti condivisi, e accettando invece la pluralità dei possibili significati.

Nel lavoro sulle tossicodipendenze dal quale ho tratto le figure delle note precedenti era emerso immediatamente che attorno al concetto di /efficacia del trattamento/ gravavano due grandi ostacoli:

  1. le diverse appartenenze a comunità di pratiche professionali e disciplinari: ciò che costituiva /efficacia/ per il medico (e in buona parte per l’infermiere) non era affatto lo stesso indicato dallo psicologo né dall’educatore (e per l’assistente sociale); nessuno aveva torto e tutti ragione, ovviamente, perché in realtà i loro concetti (‘tossicodipendenza’, ‘disagio’, ‘malattia’, ‘cura’, …) hanno estensioni ed intensioni affatto diverse e in parte irriducibili;
  2. il differente assetto valoriale (questa dimensione è trasversale alla precedente) per cui si può essere “di destra” e “di sinistra” anche nell’approccio alla cura e nel caso – fortemente ideologizzabile – delle tossicodipendenze è ben noto che per qualcuno l’efficacia si vede nel momento in cui l’ormai divenuto ex tossicodipendente non assume alcuna sostanza da almeno sei mesi, mentre per altri l’efficacia è data dalla manifestazione di minore aggressività, dal passaggio – per esempio – dalla sostanza iniettata a quella inalata, etc.

Queste due dimensioni creano un mosaico inestricabile di posizioni via via differenti: la prima, non ideologica ma ontologica, non può assolutamente essere messa in discussione in un’ottica di pluralismo dei saperi, delle competenze e dei vissuti, mentre la seconda è semplicemente sciocco discuterla perché chiunque – valutatore incluso – è portatore di ideologie (se non vi piace ideologie: di valori), e qualunque intervento, per quanto argomentato, aggiunge semplicemente altre stratificazioni ideologiche, come tali viste con sospetto da chi non le condivide.

Il passo in più che propongo in questa nota si volge verso la pragmatica.

L’idea della pragmatica è relativamente semplice: oltre a significati, i concetti hanno anche usi; non ipotetici. Essi sono effettivamente usati in contesti sostanzialmente ristretti, fra affini per cultura, per disciplina, per appartenenza istituzionale.

Quest’ultima sarebbe una terza dimensione da aggiungere alle precedenti due. Anni fa, sempre sul tema delle tossicodipendenze, ho avuto modo di organizzare diversi tavoli in cui i partecipanti erano per lo più assistenti sociali o altri operatori sociali, tutti professionalmente coinvolti nelle tossicodipendenze, tutti della stessa provincia (ogni tavolo era organizzato in una provincia diversa della stessa Regione); ebbene è stato molto rivelatore come gli operatori dei Sert (servizi pubblici delle Asl) non riuscissero a comprendersi con quelli dei Not (Nuclei Operativi Tossicodipendenze delle Prefetture) e delle comunità di recupero. Il “non capirsi” aveva a che fare con stereotipie reciproche, radicati sensi di identità istituzionale, atteggiamenti verso il problema della tossicodipendenza e molto altro. In altri termini: usi diversi dei concetti, oltre che significazione diversa dei linguaggi.

Quindi: può valere la pena, anziché cercare di far convergere il gruppo verso un consenso che potrebbe essere effimero, cercare di preservare le differenze, e vedere se possono servire per una valutazione e un intervento flessibili e differenziati.

La figura ripropone, con tre tonalità di colore, quella che nella figura della nota precedente era emersa come dimensione A. Le tre sagome differenti (a rappresentare tre concettualizzazioni diverse da parte degli attori) sono state sovrapposte per individuare – simbolicamente – una parte (quella centrale in colore più scuro) che possiamo immaginare come un uso – questo sì – condiviso del concetto (è inimmaginabile che i diversi operatori del Sert non abbiano una base condivisa, per quanto ridotta, sul piano semantico e pragmatico); alcune parti sono parzialmente sovrapposte, da soli alcuni attori e altre appartengono invece solo a uno di loro. La figura mostra – sempre in maniera simbolica e a scopo esplicativo – diversi vettori con significati differenti: più tecnico, più relazionale, oppure appartenente a specifici dominii (quello amministrativo…) e così via.

A me appare chiaro il possibile uso di questo approccio sia per la ricerca sociale (che così si predispone in modo aperto verso le diverse significazioni che incontra) sia per quella valutativa (in grado di cogliere con maggiore ampiezza e libertà quelle differenze che sono spesso cruciali), ma qui mi basta avere sottolineato il fatto che il consenso nei gruppi – sotto il profilo linguistico – può essere un fattore lessicale e sintattico di scarsa utilità se non si va oltre, con l’esplorazione semantica e – ove possibile – con un’adeguata attenzione pragmatica.

E, per un po’, di gruppi smetterò di parlare.

Ultimo aggiornamento Sabato 26 Giugno 2010