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Metodo e linguaggio

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In questi giorni ho avuto uno scambio epistolare con Leonardo Cannavò sul tema della funzione del linguaggio nel metodo della ricerca sociale e valutativa. Il tutto è stato motivato dall’idea, che coinvolge anche Mauro Palumbo, di progettare un seminario sulle tecniche di ricerca basate su gruppi, in analogia al fortunato seminario sugli indicatori realizzato il 14 Marzo 2008 (di cui sta uscendo il volume a stampa).
Lo stralcio di scambio che propongo è privo di alcune parti non essenziali e non ha una vera conclusione, ma credo possa essere ugualmente interessante per i frequentatori di questo sito.


Cannavò, 25 e 26 Gennaio 2010:

Ho dato solo uno sguardo [ad alcuni miei testi non ancora editi sui gruppi nella ricerca valutativa – cb], ma non concordo su alcune conclusioni. Ad es., che le tecniche producano testi. Se vogliamo dire che tutto si traduce in linguaggio, poiché è con quello che comunichiamo, vabbè.

Ma c’è per esempio una grande messe di studi di socioantropologia visuale, che in base a codici studia i “gruppi” (attenzione: l’uso del termine è assonante; “gruppo” è concetto di arrivo; il concetto osservativo è l’interazione; poi la rete; e se si individua una simbolica condivisa allora la net è un gruppo).

[…]. Anche un intervento chirurgico, allora, si ridurrebbe al verbale, poiché esiste per la comunità di pratiche in quanto contenuto in una cartella clinica che di riffe o di raffe si traduce in linguaggi (ordinario, settoriali, algoritmi e indici che comunque sono costitutivi di linguaggio). Anche una torta tutto sommato si riduce a ricetta e godurie descritte in linguaggio. Ma questa è sì l’immagine ridotta dell’intervento o della torta; temo che così sostenendo si compiano insieme due operazioni, di ordine riduzionistico e poi gratta gratta neopositivistico, che non ci dicono altro che il mondo esiste perché è comunicato (in linguaggio/i). Di qui un’attenzione sconfinata (anch’essa poi inconsapevolmente neopositivistica) alla definizione di concetti-termini standard “per tutti” validi (v. tanti anni fa la titanica e inutile impresa del COCTA). Ma siamo sicuri che la ricerca e la valutazione (che è, checché se ne pensi, una forma di ricerca) si riducano a questo? e sempre e soltanto?

Bezzi, 26 gennaio 2010:

Pensiamo un attimo: quando io faccio un focus group (a titolo di esempio) credo che accada questo:

  • molto a monte c’è un contesto di “mandato valutativo” che è come la torta mangiata per ciascuno separatamente dei diversi attori implicati, ma diventa la ricetta della torta nel suo sedimento operativo; ovvero: è attorno la ricetta, non attorno alla torta, che il valutatore definisce cosa valutare col committente;
  • un po’ meno a monte c’è un disegno della ricerca per cui – a seconda dell’intelligenza, consapevolezza, bla bla – connetto un certo percorso tecnico-operativo a tale mandato e in qualche modo stabilisco che finirò anche per fare quel focus group (o quel questionario, o quello che vuoi) in risposta a quel mandato; ancora una volta io ho in mente una torta (ma forse solo una brioche a questo punto) ma devo organizzare delle attività di cucina (convincere il committente che il focus è una buona idea, addestrare i collaboratori, convocare i partecipanti...) e tutto questo si può fare solo tramite il linguaggio;
  • alla fine faccio questo benedetto focus group: c’è gente che parla in reazione al mio parlare (facendo domande); se sono veramente attento al non verbale lo trascrivo con annotazioni di vario stampo psico- o antropo- (vedi il libro di Cataldi, l’unica in Italia che si è dilungata su queste cose; oppure vedi Duranti, un antropologo del linguaggio italo-americano molto bravo). Tutto ciò che viene fatto durante il focus è mangiare la torta, ovviamente (assaporare, rievocare, gustare, metacomunicare), ma tutto ciò che resta è solo ciò che è stato espresso verbalmente, capito e registrato, poi interpretato e via discorrendo. E’ importante capirsi: non sto dicendo che la realtà è uno splendido mangiare la torta e che solo per avvilente incapacità operativa viene registrata solo la ricetta; sto dicendo che non è possibile fare altro da un punto di vista operativo, se non dentro percorsi di ricerca sperimentali, svincolati da qualunque preoccupazione fattuale, realizzati su piccoli gruppi; più sotto ti regalo una citazione a questo proposito.
  • Infine torno dal committente (quello dell’inizio) con cinque pagine di sintesi scritte sul focus che lui manco legge e mi chiede di riassumergli in tre frasi.

Il Metodo è quindi un linguaggio (idea neppure mia, vedi Greimas) nei suoi risvolti operativi, anche se può essere molto di più e di “oltre” nelle nostre teste. Ma quando facciamo un seminario alla Sapienza per spiegare come si deve fare un focus group - per esempio - siamo al livello delle ricette; certo, se siamo bravi sono ricette dell’Artusi, ovvero non ricette “fredde” ma infiorettate da aneddoti, testo poetico, così chi vuole fare la torta percepisce anche una piccola parte di quel non detto, di connotazione, di senso che – a seconda della sensibilità dell’ascoltatore – gli può aprire uno spiraglio sulla torta vera, quella che sta oltre la ricetta.

Ma in generale questo elemento poetico è scotomizzato dalla retorica rapportistica e manualistica.

Insomma: il fare della valutazione (credo anche della ricerca sociologica) è centrato sul linguaggio non già nelle sue origini (la torta) ma nella sua fattualità operativa. Il buon metodologo (io credo) intuisce la torta, cerca di sbirciare e annusare la torta, ma ciò che fa realmente è parlarne.

E adesso ti regalo una bella citazione che esprime meglio il mio pensiero; è tratta da “Fiesta” di Hemingway e riguarda due tizi che parlano di tori (fa conto che parlino della torta, è assolutamente uguale):

Parlavamo spesso di tori e toreri. Io scendevo al Montoya da parecchi anni. Non parlavamo mai molto a lungo. Era puramente il piacere di scoprire ciò che sentiva ciascuno di noi. […] mi fermai a parlare con Montoya.

“Be’, le sono piaciuti i tori?” domandò.

“Parecchio. Erano bei tori.”

“Sono discreti” – Montoya scosse il capo – “ma non sono molto bravi.”

“Cosa non le è piaciuto il loro?”

“Non so. E’ che non mi hanno dato la sensazione di essere tanto bravi.”

“Capisco cosa intende.”

“Ma sono discreti.”

“Sì. Sono discreti.”

I due tizi hanno in mente la torta, il suo sapore, i ricordi d’infanzia associati alla torta, bla bla... e provano a comunicarsi tali “sensi” su un piano verbale; ci riescono? Sì, in parte, perché condividono l’esperienza quanto meno simile, e quindi le parole vengono di fatto lasciate cadere perché portano altrove, mentre entrambi i tizi hanno vagamente capito che stanno all’interno di un “non detto e non dicibile” che però li accomuna.

Immagina che questo sia uno scambio entro un focus group: io sensibilissimo facilitatore intuisco che c’è di più, e di più profondo, e semmai cerco di stimolare un approfondimento del gruppo, o almeno dei due tizi, ma la magia di quell’attimo, di quello scambio, svanirà subito.

Se sono bravo cercherò di approfondire in seguito, li vado anche a intervistare, quei due, e poi – se avrò colto il mistero – lo “narrerò” in qualche modo nel mio rapporto (io sono un sostenitore della rapportistica poetica), ma sempre coi limiti del linguaggio, che avrà già ampiamente tradito quelle intuizioni lontane. 

Cannavò, 27 gennaio 2010:

Non concordo in toto.

Hai dato alla metafora della “torta” (che è un classico di Bridgman) un valore oggettuale, secondo un’accezione restrittiva.

“Torta” sta per qualunque risultato atteso; il resto è progetto-descrizione della “torta”.

Anche una “valutazione” è una “torta”,  in quanto risultato atteso; nel Senso1: “procedura di valutazione”; nel Senso2: “relazione tecnica di valutazione”; la n. 2 certamente solo “linguistica”. La n. 1 descrivibile in toto mediante linguaggi ordinari e/o settoriali, ma in realtà mix di azioni e statement; ovvio poi che le azioni devono essere descritte ad altri mediante linguaggio; però attento: se pensi ai processi di apprendimento, all’inizio prelinguistici, ti rendi conto che l’invasiva metafora del linguaggio è sempre proponibile e sempre facile; come dire che “tutto è comunicazione”; ma non spiega - e se non ti piace ‘spiega’, ti dirò in modo asettico it does not account for - i processi di apprendimento del linguaggio, ordinario inizialmente, mediante i processi di interazione, imitazione, analogia, trial-and-error, etc. (vedi Vygostsky e Piaget e Bruner, etc.).

 

 
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