Il rapporto fra democrazia e valutazione mi sembra chiaro: senza la prima non c'è la seconda. La valutazione, dal canto suo, sostiene e migliora la democrazia, ma non ne è certamente causa agente. La conclusione è ovvia: sostenere la democrazia come cittadini, e poi migliorarla e aiutarla (anche) con la valutazione.
L’epigrafe dell’Inverno 2009-2010 è tratta dalle Supplici di Euripide (426-462):
Per uno Stato, nulla c’è di peggio d’un monarca assoluto, ché il primato non spetta a leggi valide per tutti, ma un uomo solo impera, che s’è fatto lui per sé la sua legge, e l’uguaglianza in questo modo non c’è più. Se esistono leggi scritte, eguaglianza di diritti ha il ricco come il povero. E i più deboli hanno di che rispondere al potente, se oltraggiati, alla pari, e l’inferiore, quand’ha ragione, vince anche il più forte. […] Inoltre, quando il popolo è sovrano, gode della riserva sempre viva dei giovani: la cosa che un sovrano odia di più, sentendoli nemici; i migliori, che stima intelligenti, li ammazza, perché teme pel potere. E come sarà mai forte uno Stato, ove taluno, come spighe in prati di primavera, strappi e svella audacie giovanili? perché mai procurarsi mezzi di vita e agi per i figli, se tutte le risorse faticate vanno al tiranno? A che allevare in casa con tanta cura delle figlie vergini, se poi saranno oggetto di piacere per i tiranni, a loro posta, e oggetto di pianto a chi le alleva?
Prima di commentarlo vorrei però innanzitutto ricordare il celebre apologo sulla democrazia di Pericle (Tucidide, La guerra del Peloponneso, libro II, 36-46) da cui traggo solo poche righe (raccomandando di leggerlo per intero).
(37) Il nostro sistema politico non si propone di imitare le leggi di altri popoli: noi non copiamo nessuno, piuttosto siamo noi a costituire un modello per gli altri. Si chiama democrazia, poiché nell’amministrare si qualifica non rispetto ai pochi, ma alla maggioranza. Le leggi regolano le controversie private in modo tale che tutti abbiano un trattamento uguale, ma quanto alla reputazione di ognuno, il prestigio di cui possa godere chi si sia affermato in qualche campo non lo si raggiunge in base allo stato sociale di origine, ma in virtù del merito; e poi, d’altra parte, quanto all’impedimento costituito dalla povertà, per nessuno che abbia le capacità di operare nell’interesse dello Stato è di ostacolo la modestia del rango sociale. La nostra tuttavia è una vita libera non soltanto per quanto attiene i rapporti con lo Stato, ma anche relativamente ai rapporti quotidiani, di solito improntati a reciproco sospetto: nessuno si scandalizza se un altro si comporta come meglio gli aggrada, e non per questo lo guarda storto, cosa innocua di per sé, ma che pure non manca di causare pena. Ma, se le nostre relazioni private sono caratterizzate dalla tolleranza, nella vita pubblica il timore ci impone di evitare col massimo rigore di agire illegalmente, piuttosto che in disubbidienza ai magistrati in carica e alle leggi; soprattutto alle leggi disposte in favore delle vittime di un’ingiustizia e a quelle che, anche se non sono scritte, per comune consenso minacciano l’infamia.
[…] (39) Offriamo la nostra città agli altri come un bene da godere in comune, e non accade mai che, decretando l’espulsione degli stranieri, allontaniamo qualcuno da un’occasione di apprendimento o da uno spettacolo, anche se l’assistervi può tornare utile ad un nemico, cui tale visione non sia stata impedita.
[…] (40) La cura degli interessi privati procede per noi di pari passo con l’attività politica, ed anche se ognuno è preso da occupazioni diverse, riusciamo tuttavia ad avere una buona conoscenza degli affari pubblici. Il fatto è che noi siamo i soli a considerare coloro che non se ne curano non persone tranquille, ma buoni a nulla. E siamo gli stessi a partecipare alle decisioni comuni ovvero a riflettere a fondo sugli affari di Stato, poiché non pensiamo che il dibattito arrechi danno all’azione; il pericolo risiede piuttosto nel non chiarirsi le idee discutendone, prima di affrontare le azioni che si impongono.
Questo apologo di Pericle (che io propongo nella traduzione di Cagnetta nell’edizione curata da Canfora) la potete trovare ormai in tantissimi siti e blog, semmai in versioni differenti e più enfatiche (la propone anche Paolo Rossi in un video facilmente rintracciabile su YouTube). Troppo inflazionato, anche se bellissimo e attuale, e quindi ho preferito riproporre Euripide. Per una critica e una rilettura “aristocratica” dei due brani, che non consentirebbero un’interpretazione troppo accanitamente filo democratica, rimando a Canfora e quanto scritto sul Corriere della Sera del 10 luglio 2008.
Perché un’epigrafe dedicata alla democrazia? Se anche non ci fossero altre, e serie, e dibattute ragioni in tutto il mondo certo, ma in Italia in particolare, in un sito come questo, dedicato alla valutazione, le ragioni sono facilmente rintracciabili nel profondo legame fra democrazia e valutazione.
La valutazione (o meglio: una certa valutazione, quella “vera”, se mi permettete di chiamarla tale, quella finalizzata al miglioramento della cosa pubblica nell’interesse pubblico) nasce solo in un contesto di democrazia. La democrazia come interesse pubblico collettivo si nutre anche della disputa e del disaccordo fra opinioni diverse, come ci ricorda il Pericle di Tucidide, grazie alla sintesi possibile nel mondo greco (rileggete le prime pagine della Teoria del romanzo di György Lukács – c’è ancora qualcuno che legge Lukács? – per questa interpretazione del mondo classico greco). Nel mondo occidentale contemporaneo la sintesi è saltata, si è spezzato il cerchio delle risposte (per utilizzare la metafora di Lukács) e le dispute e i disaccordi non trovano più sintesi; non per incapacità, ma semplicemente per loro insussistenza. Il “bene comune” è da tempo plurale e intrinsecamente antagonista, e ogni discussione e argomentazione aumentano la complessità. Da qui la ricerca di luoghi terzi (la valutazione per esempio) e l’uso di linguaggi terzi (come lo è quello valutativo rispetto ai linguaggi politici delle parti in causa).
Ma volere ciò, desiderare una ricomposizione della complessità per il sostegno della decisione e lo sviluppo critico della società moderna è impossibile senza un regime di democrazia vera, che fondi la sua missione proprio sulla valorizzazione della pluralità e sul suo tentativo, sempre consapevolmente parziale e provvisorio, di ricomposizione operativa, e non metafisica; vale a dire che – come la valutazione insegna – possiamo sperimentare pragmaticamente delle soluzioni (salvo correggerle e rivederle), e mai arrivare a verità assolute buone per tutti.
Senza la democrazia non c’è valutazione. Non vale l’inverso, come mi pare qualche collega crede. La valutazione, strumento democratico, non genera di per sé democrazia; la valutazione può diventare strumento effimero, ideologico, ancillare o addirittura dispotico in un regime non democratico, o fintamente democratico, o logocratico (come mi pare stiano diventando alcune democrazie occidentali, Italia inclusa), o teocratico o una qualsiasi forma di principato, sultanato, feudo.
La morale è semplice: come valutatori possiamo sostenere un processo democratico, non costituirlo. Di contro, esistiamo – come veri valutatori – solo se governano dei princìpi democratici. Diamoci allora da fare come cittadini per sostenere la democrazia e come valutatori, poi, per rinforzarla operativamente.


La valutazione non è democratica
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