Alcune considerazioni sulle ragioni che motivano l'attuale sforzo dell'AIV a interessarsi alla professione. E come tale interesse abbia profondi risvolti culturali.
Ieri abbiamo tenuto a Roma la seconda riunione (e ultima) del gruppo di soci che doveva dare indicazioni al Direttivo AIV sui requisiti di ammissibilità per iscriversi (da quest’altr’anno) al Comitato Esecutivo dei Soci Professionisti (CESP); questo alla mattina, e anch’io vi ho partecipato. Al pomeriggio si è tenuto un altro incontro, sempre per la definizione del Registro dei Soci Professionisti relativamente a cosa si debba intendere con “formazione obbligatoria”.
Se fin qui non ci state capendo nulla e non sapete di cosa sto parlando tutto diventa complicato. In brevissimo:
- l’AIV ha modificato lo Statuto (Gennaio di quest’anno; potete leggere la versione attuale ovviamente sul sito dell’AIV);
- alla successiva Assemblea di Cagliari abbiamo eletto, con le nuove norme, il nuovo Direttivo;
- abbiamo invece rimandato di un anno (prossima Assemblea nella Primavera 2010) un elemento importante introdotto nel nuovo Statuto, il CESP appunto, che è un organismo di soci professionisti – in seno all’AIV – che gestisce il Registro dei Soci Professionisti, cui si accede per domanda degli interessati.
In questa nota non posso dire di più se no non parlo d’altro; se avete avuto modo di leggere l’ultimo numero della Rassegna Italiana di Valutazione (n. 42, 2008, uscito mi pare un paio di mesi fa) trovate svariati commenti. Motivazioni generali che hanno generato tutta questa operazione in miei documenti come (ex)presidente AIV in questo stesso sito (Archivio/Testi/AIV).
Ora: in questi incontri, cercando di costruire una cornice anche operativa la migliore possibile, ci si interroga sul significato di questa operazione, e una delle domande che vengono poste è, per esempio: “perché qualcuno dovrebbe iscriversi al Registro dei soci professionisti?” (la domanda è introduttiva alla riflessione sui requisiti di acceso, sul funzionamento, e così via). Le risposte (ipotetiche) sono di vario tipo: “I soci chiederanno di iscriversi per fregiarsi di una sorta di ‘accreditamento’ professionale”; probabile. “I soci professionisti troveranno così un luogo di confronto sui loro problemi”; auspicabile. “Perché sono cose previste dalle direttive europee, recepite anche dal governo italiano”; vero, e quindi necessario. Mettete voi le motivazioni che credete, attingendo anche dalle vostre personali.
Quello che vedo mancare quasi sistematicamente, però, è la prospettiva collettiva, quella della nostra Associazione. Qui la domanda diventa: “Perché l’AIV dovrebbe mettere su questo Ambaradan?
Io vedo tre risposte, la prima delle quali – pur giustificata e corretta – è veramente minima e poco significativa, comparata con le altre due; la seconda mi pare strategica per l’Associazione, e quindi più rilevante; ma la terza è quella veramente fondamentale, a mio avviso, e troppo poco presente nel nostro dibattito.
Provo a presentarvele tutte e tre in breve:
- Offrire un servizio in più ai soci. Poiché la valutazione è certamente anche (soprattutto?) un’azione, un processo, un’attività, e quindi sovente una professione, e tanti soci si occupano professionalmente di valutazione, allora costituire un fuoco, un centro di interesse per loro costituisce un servizio, fosse anche solo per farli fregiare di questo titolo, per mettere loro a disposizione un forum, e per consentir loro di avere una regolamentazione che li tuteli a livello europeo (come da Decreto Min. Giustizia del 28 aprile 2008, che attua la direttiva 2005/36/CE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 7 settembre 2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali – li trovate sul sito AIV). A me sembra che anche solo per questo varrebbe la pena, a costi zero, e non riesco proprio a capire come mai qualcuno trova ragioni per polemizzarvi attorno. Ma, come ho appena scritto, queste sono bazzecole rispetto al prossimo punto;
- essere (o ritornare ad essere, se mai lo siamo stati) un punto di riferimento per la comunità dei valutatori italiani. Poiché per ogni studioso di valutazione in circolazione ci sono almeno dieci dirigenti pubblici che inciampano su questo tema, e trenta professionisti che ambiscono a dar loro risposte, e questi quaranta (i dieci più i trenta) non trovano grandi aperture, né risposte, né servizi, né nulla nell’AIV, forse in questo modo qualcuno incomincerà a vedere la nostra Associazione in maniera differente, ad avvicinarsi, ad iscriversi, a portare il proprio patrimonio culturale. Sono dieci anni (da poco dopo la fondazione) che ci lamentiamo che pezzi importanti di professione valutativa non sono nell’AIV, e se mai vi hanno fatto capolino se ne sono poi repentinamente andati. E da dieci anni ce lo ripetiamo senza fare un passo verso di loro. Mi pare chiaro che la nostra prestigiosa rivista e i nostri bellissimi Congressi non bastano a farli venire da noi, salvo quando hanno una relazione da presentare. Forse se incominciamo a parlare il loro linguaggio, quello della professione, qualcuno verrà? Se non proviamo non lo sapremo mai, ma almeno proviamo a fare qualche cosa anziché solo lamentarci tanto cercando colpe a destra e a manca (tranne che in se stessi). Mi parrebbe una scommessa sulla quale investire, quella di aggregare nuovi soci, consolidarli, e accrescere la nostra comunità. Ma anche questo importantissimo obiettivo è poca cosa rispetto al terzo, che è la sfida più alta e – appunto – quella meno compresa; eccolo qui:
- la valutazione – come già scritto sopra – è processo e azione; è intervento; è cambiamento della sfera decisionale pubblica. Non andiamo dai nostri committenti a vendere boccioni d’acqua o risme di carta, né a fare delle benemerite formazione o analisi organizzativa; andiamo a valutare, cioè a cambiare qualcosa (se tutto funziona) in quel contesto organizzativo. Questa roba è così densa di significati, così pregnante, coinvolgente, responsabilizzante che non pensiamo che la si possa fare meccanicisticamente; la valutazione, nel suo fare, è densa di teoria, di sapere. Ecco perché tanti studiosi, docenti universitari e non, la studiano, la dibattono e ci scrivono dei bei libri. I bei libri di valutazione non sono – generalmente – meri manuali tecnici, come quelli della certificazione, perché la valutazione si pone molti ‘Perché?’ su questioni complesse. La valutazione va studiata e va fatta. Chi la studia solo non è probabilmente un gran bravo valutatore, esattamente come chi la fa solo (ripetendo routine tecniche). Arrivo al dunque: puntare il nostro sguardo associativo sulla professione significa dare un sostanziale contributo allo sviluppo della cultura valutativa, che in AIV si era un po’ bloccata a livello troppo astratto: i bei libri, la magnifica rivista, i fantastici congressi… difficilmente percepibili come vicini ai problemi professionali. Far dialogare studiosi e professionisti significa realizzare un cambiamento culturale all’AIV, non nel senso di uno stravolgimento, ma in quello di una maggiore pienezza cognitiva, teorico-concettuale, operativa. Senza un recupero dei professionisti (‘recupero’, di questo si tratta dopo anni di trascuratezza) la vantata “cultura valutativa” quale oggetto della missione AIV resta monca, distorta, incompiuta. Molti dentro AIV l’hanno ben capito. Qualcuno no.
A questo punto ognuno ha diritto alle proprie opinioni, ci mancherebbe altro; ma tale diritto non implica come logica conseguenza che tutti abbiano anche ragione. Come fare? Se fossimo politici importanti andremmo certamente a dibatterne a Porta a Porta, ma poiché siamo valutatori che ne dite di provare e poi valutare? Guardiamo avanti, proviamo, verifichiamo i risultati fra qualche anno, valutiamo e poi discutiamo!
Esiziale per noi sarebbe lo stare fermi, proprio in un momento in cui c’è un grande fermento attorno alle professioni, loro natura e ruolo; sono in vista riforme legislative in materia, e forse anche amministrative e fiscali, da leggere in un quadro di assoluta primazia culturale, di modernità europea, come ha sottolineato proprio oggi Dario Di Vico sul Corriere della Sera. Stare fermi vorrebbe dire contribuire al declino della valutazione italiana, sia dal punto di vista delle opportunità professionali, sia dal punto di vista dello slancio culturale profondo che ciò implica.


Una strategia per i prossimi anni di AIV
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