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Focus Group: ne facciamo troppi e male

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Ripropongo alcune riflessioni sui focus group spiegando in maniera succinta perché dobbiamo essere cauti, e qualche volta sospettosi, quando leggiamo di valutazioni basate su questa tecnica.

Una prima obiezione all’uso eccessivo del focus group che osserviamo in questi anni è che tale tecnica si presta a una grande approssimazione. I focus si fanno perché sì, perché sono di moda, li fanno tutti ma non proprio tutti tutti (e quindi la domanda è ancora superiore all’offerta) e – diciamolo francamente – costano poco, sono veloci, non sono controllabili, e sono comunque tanto ‘scientifici’.

Il partito del focus è composto da una pletora di ricercatori dilettanti, consulenti rampanti, e via via salendo ovviamente anche i livelli ‘alti’ delle gerarchie di merito, che non spiegano quasi  mai perché lì, in quel momento della ricerca, si dovrebbe proprio fare quella cosa; quale beneficio si intravede nell’economia del lavoro. Ma specialmente:  come vengono raccolte le informazioni (si prendono appunti? si usa il registratore? e poi?); come vengono analizzate/utilizzate, e con quali relazioni con altre informazioni raccolte eventualmente con altre tecniche (attenzione: sto parlando di come i focus group vengono realmente fatti nella realtà professionale, non di come sono descritti nei libri specializzati dove tutto funziona sempre perfettamente).

La scarsa ispezionabilità della ricerca basata su focus group non deve diventare un alibi, e quindi non è serio non chiarire, ogni volta:

  • i criteri di reclutamento dei partecipanti;
  • set e setting della riunione; p.es. presenza del falso specchio con osservatori esterni; presenza di un tutor e suo ruolo; ecc.;
  • modalità di raccolta delle informazioni: registrazione magnetica o appunti?
  • modalità di trattamento delle informazioni raccolte e conseguente interpretazione/sintesi.

Inoltre: chi realizza concretamente i focus? Conosco personalmente molti professionisti con grande esperienza, ottimi conduttori (o ‘facilitatori’) di focus. Ma ne conosco qualcuno che ha improvvisato focus group avendone solo sentito parlare. Tutto sommato, si tratta di mettere attorno al tavolo una manciata di persone, farle chiacchierare e fare un riassunto finale!

No?

Attenzione: se si risponde “No!” serve qualche argomento meno contraddittorio di quelli illustrati in letteratura, dove il focus viene presentato come un contesto direttivo o non direttivo, con poche o con tante persone, della stessa o di diversa estrazione sociale, in cui si discute di pochi o di tanti argomenti, con esito condiviso o non condiviso, e via contraddicendosi.

E comunque: il focus va preparato (con riferimento al contesto della ricerca da conoscere bene), gestito (con riferimento a competenze e ad abilità, queste ultime solo in parte frutto di addestramento), e utilizzato (con riferimento a una parte enormemente difficile, perché l’analisi del prodotto di un focus group ha a che fare con l’analisi di testi, peraltro molto particolari perché ‘immediati’ e discorsivi). Il mix di competenze che richiede è notevolissimo, e in realtà un focus ben fatto richiederebbe un grosso lavoro; le due ore canoniche di focus possono essere la punta d’iceberg di 4-6 giornate di lavoro e anche più per risultati, comunque, incerti. Raramente osservo questo insieme di competenze dei facilitatori, preparazione del setting e accuratezza di analisi.

In ogni caso, torti dei conduttori a parte, il set del focus è sostanzialmente un vincolo negativo alla possibilità di raggiungere risultati fedeli e sensibili (come invece è possibile con altre tecniche) perché:

  • il concetto da esplorare è dato dal ricercatore, ma poi si chiede a terzi di discuterne, non tenendo conto della possibilità di equivoci concettuali a monte che vizierebbero tutta la seduta; la conseguenza riguarda i livelli di validità fra un concetto del ricercatore e sue presunte dimensioni sviluppate dai partecipanti, tenendo anche presente la scarsa direttività generalmente richiesta a chi conduce il focus (se questo punto vi sembra interessante andate a vedere la serie di quattro note, in questo Portolano, dal titolo Il metodo come linguaggio; sono apparse fra il 22 Maggio e il 10 Settembre 2009);
  • chi ne discute è selezionato in generale entro un contesto omogeneo e congruente con l’oggetto di analisi, nell’illusione di una maggiore capacità del gruppo di parlare lo stesso linguaggio e quindi di approfondire al massimo il tema; se questa scelta può forse incrementare l’intensione dell’esplorazione ne penalizza, ovviamente, l’estensione aggravando il dubbio sulla validità;
  • poiché il ricercatore non conosce sufficientemente bene il concetto da esplorare (non avrebbe altrimenti bisogno di realizzare il focus) non avrebbe poi neppure la possibilità di chiarire al gruppo cosa si intende esplorare esattamente; in realtà è possibile solo una sorta di spiegazione ‘ostensiva’: quel programma di intervento, presumibilmente già noto; quel tema sociale di cui si avrà sicuramente sentito parlare; quel servizio ove i partecipanti operano; e così via. Ciò aumenta i livelli impliciti penalizzando quelli espliciti, e il ricercatore potrebbe ottenere, dal focus, una nebulosa informativa poi resa “chiara” ex post sulla base dei soli suoi pre-saperi, con ulteriori deficit di attendibilità e fedeltà.

Per un approfondimento di questi temi, con una critica al focus group, rinvio al mio articolo “Focus group, consideriamone i limiti”, pubblicato su Sociologia e Ricerca Sociale nn. 76/77, 2005 e riprodotto anche in questo sito (sezione Archivio/Testi/Articoli).

Per una recensione a due bei libri recenti sul focus group, che mettono un po’ d’ordine alla materia, potete vedere una vecchia nota del Portolano del 28 Giugno 2009 intitolato, semplicemente, Focus Group.

Ultimo aggiornamento Giovedì 31 Dicembre 2009